Mattarella e Schuman: confronto fra due titani

Il 25 aprile , il Presidente Mattarella ha tenuto un discorso sui 70 anni della liberazione, a Milano.

Nel suo discorso Mattarella si riferisce alla Repubblica come pietra miliare cioè qualcosa che sostiene il nostro paese.

Per Mattarella questa festa si dovrebbe rivolgere soprattutto ai giovani per cercare sintonia con la felicità. Afferma anche che la cultura, l’intelligenza, la coscienza civile sono parti essenziali di una società viva, proprio perché sostengono quello spirito critico che è condizione dello sviluppo, della tolleranza, e dunque della tenuta dello stesso ordinamento democratico.

“Dovete coltivare la pianta della democrazia, e noi dobbiamo coltivarla con voi. La democrazia è partecipazione, è fiducia nelle formazioni sociali. Democrazia è anche efficacia delle decisioni, è cooperazione per il bene comune”.

Ecco un link dove vedere qualcosa sull’Anniversario della dichiarazione Shumann: clicca qui!

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Where…? Mattarella e Schuman

Presidente Mattarella al Teatro Piccolo di Milano.

Presidente Mattarella al Teatro Piccolo di Milano.

Il discorso del Presidente Mattarella per i 70° della liberazione si è svolto nel Teatro Piccolo di Milano, che è stato convertito da cinema a teatro nel 1947 ma solo nel 1991 ha ottenuto la denominazione “Teatro d’Europa”.  Ogni anno si ricorda la festa dell’Europa il 9 Maggio, questo perchè proprio in questa data nel 1950, a Parigi alle ore 16, ci fu la famosa “Dichiarazione Schuman”, importantissima per l’Europa unita di oggi. Il suo intervento fu considerato il primo discorso politico ufficiale in cui compare il concetto Europa, come unione economica e politica tra i vari stati europei e rappresenta l’inizio del camminoEuropeo.

Ecco un breve video della Dichiarazione Schuman:  https://youtu.be/BT58wqxyMNs 

Per ricordare il giorno della liberazione, Antonio Pio De Simone ha scritto una poesia molto bella che abbiamo deciso di riportare nell’articolo.

Poesia                        L'Italia è libera

Il 25 aprile è festa nazionale,

l’Italia fu liberata da ogni male.

Addio fascismo,addio razzismo.

Noi ricordiamo questo dí,

perché finalmente la guerra finí.

Gli americani ci han salvato,

e noi il continente abbiamo ringraziato.liberazione

Niente Mussolini, addio al dittatore,

ormai siamo salvi da quel brutto orrore.

Dai carri armati sono usciti i soldati,

che tutti noi abbiamo  salvati.

Da quel giorno nessuno fu più torturato,

e non ci fu più qualcuno ammazzato.

Dai carri armati uscì tanto amore,

che da quel giorno regnò in ogni cuore.

Luca, Costanza, Deepraj, Michela, Bea M., Giulia D.M., Elena, Alisa, Guendalina.

Perchè è importante la Dichiarazione Shuman: un confronto con il discorso del presidente della repubblica

Mattarella nel suo discorso sul 70° della liberazione, inizia sottolineando che: ” Oggi la nostra Repubblica celebra un sentimento di libertà che è diventato pietra angolare della nostra storia e della nostra identità. Dopo gli anni della dittatura l’Italia è riuscita a riscattarsi, unendosi alle forze che in Europa si sono battute contro il nazifascismo, anticipazione del percorso che avrebbe portato poi all’avvio del progetto europeo e che noi siamo chiamati ancora a sviluppare. Perché la democrazia, al pari della libertà, non è mai conquistata una volta per tutte. E’ un patrimonio che ci è stato consegnato e che, nel volgere di mutamenti epocali, dobbiamo essere capaci di trasmettere alla generazioni future”

Perchè è importante la dichiarazione Shuman?

Ecco i testi integrali dei due discorsi su cui abbiamo studiato;-) leggete

Rober Shuman, ministro degli Esteri Francese, Parigi 9 maggio 1950

Discorso

La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.

Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent’anni antesignana di un’Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L’Europa non è stata fatta : abbiamo avuto la guerra.

L’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L’unione delle nazioni esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l’azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania.

A tal fine, il governo francese propone di concentrare immediatamente l’azione su un punto limitato ma decisivo.

Il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei.

La fusione della produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime.

La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà si che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile. La creazione di questa potente unità di produzione, aperta a tutti i paesi che vorranno aderirvi e intesa a fornire a tutti i paesi in essa riuniti gli elementi di base della produzione industriale a condizioni uguali, getterà le fondamenta reali della loro unificazione economica.

Questa produzione sarà offerta al mondo intero senza distinzione né esclusione per contribuire al rialzo del livello di vita e al progresso delle opere di pace. Se potrà contare su un rafforzamento dei mezzi, l’Europa sarà in grado di proseguire nella realizzazione di uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo del continente africano. Sarà così effettuata, rapidamente e con mezzi semplici, la fusione di interessi necessari all’instaurazione di una comunità economica e si introdurrà il fermento di una comunità più profonda tra paesi lungamente contrapposti da sanguinose scissioni.

Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace.Per giungere alla realizzazione degli obiettivi cosi’ definiti, il governo francese è pronto ad iniziare dei negoziati sulle basi seguenti.

Il compito affidato alla comune Alta Autorità sarà di assicurare entro i termini più brevi: l’ammodernamento della produzione e il miglioramento della sua qualità: la fornitura, a condizioni uguali, del carbone e dell’acciaio sul mercato francese e sul mercato tedesco nonché su quelli dei paese aderenti: lo sviluppo dell’esportazione comune verso gli altri paesi; l’uguagliamento verso l’alto delle condizioni di vita della manodopera di queste industrie.

Per conseguire tali obiettivi, partendo dalle condizioni molto dissimili in cui attualmente si trovano le produzioni dei paesi aderenti, occorrerà mettere in vigore, a titolo transitorio, alcune disposizioni che comportano l’applicazione di un piano di produzione e di investimento, l’istituzione di meccanismi di perequazione dei prezzi e la creazione di un fondo di riconversione che faciliti la razionalizzazione della produzione. La circolazione del carbone e dell’acciaio tra i paesi aderenti sarà immediatamente esentata da qualsiasi dazio doganale e non potrà essere colpita da tariffe di trasporto differenziali. Ne risulteranno gradualmente le condizioni che assicureranno automaticamente la ripartizione più razionale della produzione al più alto livello di produttività.

Contrariamente ad un cartello internazionale, che tende alla ripartizione e allo sfruttamento dei mercati nazionali mediante pratiche restrittive e il mantenimento di profitti elevati, l’organizzazione progettata assicurerà la fusione dei mercati e l’espansione della produzione.

I principi e gli impegni essenziali sopra definiti saranno oggetto di un trattato firmato tra gli stati e sottoposto alla ratifica dei parlamenti. I negoziati indispensabili per precisare le misure d’applicazione si svolgeranno con l’assistenza di un arbitro designato di comune accordo : costui sarà incaricato di verificare che gli accordi siano conformi ai principi e, in caso di contrasto irriducibile, fisserà la soluzione che sarà adottata.

L’Alta Autorità comune, incaricata del funzionamento dell’intero regime, sarà composta di personalità indipendenti designate su base paritaria dai governi; un presidente sarà scelto di comune accordo dai governi; le sue decisioni saranno esecutive in Francia, Germania e negli altri paesi aderenti. Disposizioni appropriate assicureranno i necessari mezzi di ricorso contro le decisioni dell’Alta Autorità.

Un rappresentante delle Nazioni Unite presso detta autorità sarà incaricato di preparare due volte l’anno una relazione pubblica per l’ONU, nelle quale renderà conto del funzionamento del nuovo organismo, in particolare per quanto riguarda la salvaguardia dei suoi fini pacifici.

L’istituzione dell’Alta Autorità non pregiudica in nulla il regime di proprietà delle imprese. Nell’esercizio del suo compito, l’Alta Autorità comune terrà conto dei poteri conferiti all’autorità internazionale della Ruhr e degli obblighi di qualsiasi natura imposti alla Germania, finché tali obblighi sussisteranno.

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Intervento del Presidente Mattarella alla cerimonia celebrativa del 70° Anniversario della Liberazione
Milano, 25/04/2015

Rivolgo un saluto a tutti i presenti, alle Autorità che rappresentano le Istituzioni, ringrazio il Sindaco Pisapia, il Professor Villari, il Presidente Smuraglia per le considerazioni che hanno svolto.

Un saluto particolare ai ragazzi e ai bambini presenti. È per loro questa festa.

È una festa che rende Milano ancora più bella, Milano che si unisce di nuovo per i settant’anni della Liberazione!

Saluto i cittadini che, a migliaia, sfileranno per le sue strade, oggi pomeriggio, per convergere in Piazza Duomo.

Milano, città guida della Resistenza, il cui ritorno alla libertà civile segnò – con l’insurrezione del 25 aprile 1945, annunciata da Sandro Pertini da Radio Milano Libera, a Morivione – la fine della guerra, il recupero dell’unità nazionale e l’avvio di un nuovo percorso democratico per il nostro popolo.

Milano, città dei sindaci Antonio Greppi ed Aldo Aniasi, entrambi comandanti partigiani.

Oggi la nostra Repubblica celebra un sentimento di libertà che è diventato pietra angolare della nostra storia e della nostra identità. Dopo gli anni della dittatura l’Italia è riuscita a riscattarsi, unendosi alle forze che in Europa si sono battute contro il nazifascismo, anticipazione del percorso che avrebbe portato poi all’avvio del progetto europeo e che noi siamo chiamati ancora a sviluppare.

Perché la democrazia, al pari della libertà, non è mai conquistata una volta per tutte. E’ un patrimonio che ci è stato consegnato e che, nel volgere di mutamenti epocali, dobbiamo essere capaci di trasmettere alla generazioni future.

E’ un’emozione parlare a voi nel Piccolo Teatro Grassi, carico dei simboli che il Sindaco ha ricordato e luogo prestigioso della cultura italiana e delle sue capacità innovative.
La cultura, l’intelligenza, la coscienza civile sono parti essenziali di una società viva, proprio perché sostengono quello spirito critico che è condizione dello sviluppo, della tolleranza, e dunque della tenuta dello stesso ordinamento democratico.

Tante cose sono cambiate da quegli anni. Eppure misurarsi con i valori di libertà, di pace, di solidarietà, di giustizia, che animarono la rivolta morale del nostro popolo contro gli orrori della guerra, contro le violenze disumane del nazifascismo, contro l’oppressione di un sistema autoritario, non è esercizio da affidare saltuariamente alla memoria. Stiamo parlando del fondamento etico della nostra nazione, che deve restare un riferimento costante sia dell’azione dei pubblici poteri sia del necessario confronto nella società per affrontare al meglio le novità che la storia ci pone davanti.

Oggi viviamo una festa, soprattutto per i ragazzi e i bambini. Non c’è nulla di retorico nel cercare una sintonia con la felicità e i sentimenti dei nostri padri, o dei nostri nonni, nei giorni in cui conquistavano una libertà costata sangue, sacrifici, paure, eroismi, lutti, laceranti conflitti personali. E’ la festa della libertà di tutti. Una festa di speranza ancor più per i giovani: battersi per un mondo migliore è possibile e giusto, non è vero che siamo imprigionati in un presente irriformabile.

La democrazia è proprio questo: l’opportunità di essere protagonisti, insieme agli altri, del nostro domani. Per costruire solidamente, le radici devono essere ben piantate in quei principi di rispetto verso le libertà altrui, di rifiuto della sopraffazione e della violenza, di uguaglianza tra le persone, che proprio le donne e gli uomini della Resistenza e della Liberazione indussero a iscrivere nella Costituzione repubblicana.

Molto si è discusso negli scorsi decenni sull’eredità politica della Resistenza, sulle violenze degli anni della guerra e di quelli immediatamente successivi, sui caratteri della nostra identità nazionale. E’ bene che la ricerca storica continui, che mostri verità trascurate, eventualmente, che offra interpretazioni sempre più ricche e sfidanti. Guai a porre vincoli, anche solo di opportunità, alla libertà di ricerca.

Sono, tuttavia, convinto che, dopo tanto tempo, si sia formata nel Paese una memoria condivisa sulle origini e le fondamenta della Repubblica, che, se non basta a sanare le contraddizioni della nostra travagliata storia unitaria, costituisce un preziosissimo bene comune, il cui patrimonio è ora nelle nostre mani.

La Resistenza in armi e la lotta partigiana – emblema della riscossa nazionale contro gli oppressori – non furono espressioni di avanguardie separate. I legami di solidarietà con le famiglie che pagavano il prezzo della guerra e del disfacimento dello Stato, che nascondevano il militare alleato o il giovane renitente alla leva di Salò, si sono fatti tra il ’43 e il ’45 via via più intensi, tessendo una trama di umanità che ha composto l’humus della ribellione morale.

Tanti eroi hanno donato la vita per la nostra libertà, dai “piccoli maestri” che hanno lasciato gli studi per salire in montagna, alle donne che hanno affrontato a testa alta il rischio più alto e la prigionia. A questi dobbiamo affiancare gli eroi quotidiani che salvarono vite, che diedero rifugio ad ebrei, che si prestarono a compiti di cura o di supporto.

Come le sorelle Lidia, Liliana e Teresa Martini, padovane, che guidarono la fuga dai campi di concentramento di decine e decine di prigionieri alleati, prima dando loro il pane e un nascondiglio, poi instradandoli nottetempo verso la Svizzera, attraverso la rete costruita da padre Placido Cortese e da due latinisti di grande fama, Ezio Franceschini, dell’Università Cattolica, e Concetto Marchesi, in seguito rettore dell’Ateneo di Padova e deputato comunista. Senza questa dimensione popolare, senza questa fraterna collaborazione tra persone di idee politiche diverse, l’Italia avrebbe fatto molta più fatica a recuperare la dignità smarrita.

E pienamente dentro la dimensione popolare, dentro il moto della Resistenza, sono iscritti i militari che dopo l’8 settembre rifiutarono di combattere o di lavorare per l’esercito tedesco, le centinaia di migliaia di soldati, seicento mila, che vennero rinchiusi nei campi di concentramento, gli ufficiali che affrontarono la morte nelle isole greche o nei Balcani per restare fedeli alla Patria, le nuove Forze armate, che si raccolsero nel Corpo italiano di liberazione ed ebbero a Mignano Montelungo il loro battesimo di sangue. Al fiume della Liberazione nazionale, insomma, portarono acqua molti affluenti. Al Sud come al Nord. Tra i militari oltre che tra i civili. Nei paesi, nelle città, nelle famiglie, oltre che nei gruppi organizzati in montagna. Ricordo, tra i tanti, Enzo Sereni, della Brigata Ebraica che paracadutatosi in Toscana, fu catturato dai nazisti e ucciso a Dachau.

Questa ricognizione ampia delle forze e delle ragioni che consentirono il riscatto nazionale è stata sostenuta, con impegno e determinazione, dai Presidenti Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Il loro contributo alla memoria condivisa, e dunque al rafforzamento dell’identità nazionale, è stato importante e, anche per questo, intendo esprimere loro, in questa giornata solenne, la sincera riconoscenza di tutti noi.

Un pensiero di gratitudine e di riconoscenza profonda a tutti coloro che, in tanti, hanno sacrificato la propria vita per la Liberazione e questo pensiero va esteso a quei giovani soldati, provenienti da diversi Paesi, che sono morti in terra italiana per liberarci dalla barbarie.

La Liberazione è un punto di connessione della storia del nostro popolo. Non basta una cronologia per descrivere le radici di un Paese.

C’è, in realtà, una nervatura di valori e di significati che compone la sua struttura vivente. La stessa rilettura dei centocinquant’ anni dell’Unità d’Italia sarebbe stata diversa senza la vittoria del ’45 sul nazismo, e senza la storia repubblicana che ha preso vita dal referendum e dall’Assemblea costituente. Guarderemmo con occhio diverso anche i valori patriottici del Risorgimento senza quel secondo Risorgimento, che è costituito dalla Resistenza e dalla Liberazione. Ma è proprio questa interrelazione, tra valori fondanti e memoria condivisa, a farmi dire oggi che non c’è equivalenza possibile tra la parte che allora sosteneva gli occupanti nazisti e la parte invece che ha lottato per la pace, l’indipendenza e la libertà.

Pietà per i morti, rispetto dovuto a quanti hanno combattuto in coerenza con i propri convincimenti: sono sentimenti che, proprio perché nobili, non devono portare a confondere le cause, né a cristallizzare le divisioni di allora tra gli italiani.

Fare memoria in un popolo vuol dire anche crescere insieme. E la nostra storia democratica ci ha aiutato a crescere. Oggi possiamo riconoscere che nella lotta partigiana vi furono, accanto ai tanti eroismi personali e ai tanti straordinari atti di generosità, anche alcuni gravi episodi di violenza e colpevoli reticenze. Questo non muta affatto il giudizio storico sulle forze che consentirono al Paese di riconquistare la sua indipendenza e la sua dignità.

L’antifascismo fu e resta elemento costituivo dell’alleanza popolare per la libertà e quindi dell’Italia repubblicana. L’antifascismo non è stato solo l’esito politico di un conflitto interno, quanto la chiave di apertura della nuova Italia, uscita dalla guerra e dalla dittatura, alla dimensione europea e mondiale.

Grazie all’unità antifascista, sia nel Comitato di liberazione nazionale che nei governi di Roma, il nostro è un Paese che ha mostrato la forza di ribellarsi, che ha stipulato un patto di co-belligeranza con gli Alleati e si è presentato al mondo con una dignità che ha avuto il suo valore nei successivi negoziati di pace.

La grande alleanza mondiale contro il nazifascismo si incrinò ben presto, dopo la guerra, ed ebbe i suoi effetti in Italia. Ma grande impresa dei partiti nati dalla Liberazione fu quella di preservare lo spirito dell’Assemblea costituente e di approvare la Costituzione democratica, nonostante la rottura politica avvenuta in sede di governo.

E’ la Costituzione il frutto principale del 25 aprile. E’ la pietra angolare su cui poggia la civiltà e il modello sociale che i nostri padri ci hanno lasciato. Ed è anche la strada maestra sulla quale camminare ancora. La Costituzione ha interpretato e inverato la rivolta morale e la ribellione popolare che sfociarono nella Liberazione. Per questo nella nervatura del Paese, e nella ricostruzione di un’identità nazionale condivisa, la Costituzione resta il cuore e, insieme, per meglio stare nella metafora, il cervello che guida. Il patriottismo della Costituzione è il capo dal quale può dipartire una consapevolezza moderna dell’essere italiani in un’Europa che deve ritrovare appieno se stessa e la propria missione.

Desidero dirlo in questi giorni drammatici, in cui il Mediterraneo rischia di diventare il sacrario delle vite e delle speranze stroncate di centinaia di donne, uomini, bambini, in fuga dalla guerra, dalla persecuzione, dalla fame.

L’Europa si gioca la sua credibilità e il suo stesso futuro: senza la consapevolezza del proprio ruolo nel mondo e senza solidarietà non è Europa.

Il patriottismo della Costituzione è anche uno stimolo costante per superare i nostri limiti interni, gli errori, i ritardi che pesano sullo sviluppo e sull’equità del Paese. La Costituzione è una forza dinamica, che ci sospinge. Chi sfilò festoso a Milano in quel 25 aprile non sapeva ancora che il suo impegno, i suoi sacrifici avrebbero prodotto quel testo straordinario.

L’orgoglio della Resistenza e della Liberazione risiede anche nel frutto che ha generato. La nostra Costituzione, che non è soltanto un insieme di norme. La sua garanzia più forte per i cittadini – ho voluto dirlo nel giorno in cui è iniziato il mio mandato presidenziale – consiste nella sua applicazione. Nel viverla giorno dopo giorno.

Mi rivolgo ai giovani qui presenti, e, in particolare, a quelli che ci ascoltano. Il 25 aprile ricorda la libertà conquistata, ma anche la nostra responsabilità. La Liberazione ha consentito una nuova unità nazionale e una democrazia finalmente aperta, con fondamento popolare. Il voto alle donne a partire dal referendum istituzionale del ’46 – dopo che le donne erano state “il tessuto sotterraneo della guerra partigiana”, come scrisse Ada Gobetti – rappresenta, meglio di ogni altra cosa, il salto democratico compiuto dal nostro Paese.

Tuttavia l’unità nazionale, e la stessa democrazia, sono beni tanto preziosi quanto deperibili. L’unità del Paese esige che le fratture sociali provocate dalla crisi economica siano ricomposte, o quantomeno medicate, con azioni positive. Il diritto al lavoro è la priorità delle priorità se vogliamo rispettare l’impronta personalista della nostra Costituzione, e cioè il riconoscimento dei diritti della persona come valore che preesiste e sostiene l’ordinamento stesso.

Questo è un impegno che deve unire l’Italia, e mi auguro che, nella libertà del confronto politico, si possano trovare convergenze finalizzate al bene comune.

Del resto, tutti i temi della modernità portano sfide nuove e ci richiedono risposte coraggiose: dall’ambiente alla scuola, alle nuove conoscenze, fino al fenomeno epocale delle migrazioni. Per difendere i valori umani e sociali, che oggi celebriamo, non ci basteranno le categorie e gli strumenti del passato.

Sarebbe un errore contrapporre l’interesse nazionale al necessario rilancio del progetto comune europeo.

L’Unione Europea deve essere all’altezza del passaggio epocale che stiamo attraversando e sviluppare politiche capaci di ridurre gli squilibri interni e i troppi egoismi.

Il destino delle nostre democrazie è affidato a un Continente che non deve mai dimenticare i valori morali e sociali su cui poggia la propria civiltà. La stessa lotta al terrorismo e all’integralismo risulterà tanto più efficace quanto più le nostre istituzioni e le nostre società sapranno sviluppare i principi di autentica laicità, garantendo la libertà religiosa e la dimensione pubblica delle fedi, chiedendo, al contempo, alle diverse comunità di impegnarsi nel rispetto di valori universali condivisi.

Cari giovani, dovete coltivare la pianta della democrazia, e noi dobbiamo coltivarla con voi. La democrazia è partecipazione, è fiducia nelle formazioni sociali. Democrazia è anche efficacia delle decisioni, è cooperazione per il bene comune.

Da sole le istituzioni non esauriscono tutto il bisogno di democrazia; ancor più nella società globale in cui tutti gli spazi delle sovranità nazionali si riducono. Occorre aprire i canali per consentire l’impegno attivo, creativo dei cittadini.

Per noi democrazia oggi vuol dire anche battaglia per la legalità. Vuol dire lotta severa contro la corruzione. Vuol dire contrasto aperto contro le mafie e tutte le organizzazioni criminali. Sono una piaga aperta nel corpo del Paese. Le istituzioni devono tenere alta la guardia e chiamare a sostegno i tanti cittadini e le associazioni che costituiscono un antidoto di civismo e di solidarietà.

Abbiamo una strada non facile davanti a noi, una strada impegnativa ma esaltante. Penso ai prossimi mesi di EXPO qui a Milano che danno un indice di questo impegno verso il futuro. Ma le nostre radici hanno ancora molta linfa. I nostri padri ci hanno dato moltissimo e onorarli, per noi, comporta l’onere di compiere nuovi passi. La festa della Liberazione è un incitamento a tenere la schiena dritta, ad essere fedeli a noi stessi.

Viva il 25 aprile. Viva la Repubblica. Viva l’Italia

Due politici tra ieri e oggi…

2 politici, 2 “dichiarizioni” diverse, due modi differenti di esprimere le loro idee personali…ma con tanti punti in comune!Stiamo parlando di Robert Shuman e di Sergio Mattarella.   Il primo è stato un politico francese, ritenuto uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. La carriera politica per lui iniziò ufficialmente il 24 Novembre 1947 quando divenne Presidente Del Consiglio. Subito dopo e fino all’8 Gennaio 1953 fu Ministro degli Esteri. In tale veste aiutò la nascita del Consiglio Di Europa e della NATO. Ma il giorno in cui diventò un personaggio mondiale fu il 9 Maggio 1950, quando presentò la sua proposta di porre le basi per la creazione di una Federazione Europea, indispensabile per il mantenimento di pacifiche relazioni in futuro in Europa. La Dichiarazione Shuman portò alla creazione della CECA e costituì il punto di partenza che condusse poi alla formazione dell”Unione Europea. Per ricordare tale origine, il 9 Maggio viene celebrata annualmente la Festa dell’Europa. La citazione che ci è piaciuta di più di tutta la dichiarazione è stata:

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”

 Sergio Mattarella, politico e giurista italiano molto importante, è diventato il 12° Presidente della Repubblica Italiana. Nel corso della sua vita è stato Ministro dell’Istruzione e, inoltre, relatore della legge Mattarella poi chiamata “Mattarellum”. Abbiamo ascoltato con molto interesse il suo discorso sul 70° della liberazione.

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