articolo 36 della costituzione italiana

lavoratore-ingranaggio-id12092Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e, in ogni caso,sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite,a cui non può rinunciare. L’etimologia del termine lavoro riporta al latino labor con il significato di fatica, e proprio per questo bisogna avere una ricompensa.

Eleonora,Arianna,Ottavia,Carola,Chiara,Sofia,Caterina,Virginia.

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Tutela e formazione: scopriamo l’articolo 35…

Il lavoro è alla base della struttura sociale italiana. Negli articoli 1, 3 e 4 il lavoro è inteso nel suo significato più ampio, in questi tre articoli infatti è scritto che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e che riconosce a ogni cittadino il diritto al lavoro, mentre negli articoli compresi fra il 35 e 40 questo argomento è trattato in modo più specifico, perché tutela i lavoratori subordinati nei confronti dei datori di lavoro.

Il testo dell’articolo 35 dice che:

In quest’articolo la nostra Costituzione ha cercato di dare risposte ai problemi riguardanti la questione sociale. Da cui deriva la particolare importanza attribuita al lavoro, considerata l’elemento indispensabile per  la società. Nello stato democratico l’elemento fondamentale è il lavoratore e considera il lavoro come un diritto e un dovere. Nell’articolo 35 è stabilito come criterio generale il riconoscimento di un’uguale protezione a tutti tipi di lavoro ed è inclusa la conservazione del posto di lavoro e la garanzia d’occupazione. L’articolo 35 mira ad assicurare e tutelare il lavoro di ogni cittadino. Prima e durante la Rivoluzione industriale della seconda metà dell’Ottocento i lavoratori non avevano alcun diritto o tutela. Erano costretti a lavorare per tempi lunghissimi e in pessime condizioni e con salari miseri. Basta pensare che persino i bambini, in questo periodo, erano costretti a lavorare con salari ancora più miseri. Le prime proposte di riforme e di leggi a favore degli operai vennero dalla Gran Bretagna. Nel 1824 venne riconosciuto ai lavoratori il diritto di riunirsi in libere associazioni e nel 1833 il governo inglese decise di regolamentare con una legge il lavoro nelle fabbriche: essa limitava lo sfruttamento del lavoro minorile e femminile.

Gruppo Video 3ª media: Alessandro, Aurora, Jacopo, Lorenzo, Maria Beatrice, Massimo, Niccolò

Uguaglianza di genere(?)

«Ogni sesso lavora nella propria sfera d’azione adatta,essendoci vera e propria subordinazione,deferenza e rispetto della femmina verso il maschio nell’ordine di quest’ultimo,e del maschio alla femmina nell’ordine di quest’ultima,in modo che in ognuna di queste comunità i difensori zelanti dei ‘diritti delle donne’ possono trovare qui una realizzazione pratica dei loro ideali».Glendyne R. Wergland, Sisters in the Faith: Shaker Women and Equality of the Sexes (Amherst: University of Massachusetts Press, 2011). »

Secondo quanto sancito dall’articolo 37 della nostra Costituzione,”la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e,a parità di lavoro,le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

In passato l’unico ruolo della donna era quello di moglie e madre.A differenza dell’uomo,non poteva accedere al voto,né tanto meno ai pubblici uffici.

In particolare negli ultimi dell’800 e nei primi del ‘900 la condizione socioeconomica di noi donne era di drammatica disparità,sebbene,per esempio, la base elettorale fosse stata revisionata più volte.Raramente il lavoro femminile veniva ruguaglianza di genereiconosciuto come tale.In ogni caso,il nostro stipendio era solitamente poco più della metà di quello dei lavoratori.Per non parlare dello sfruttamento minorile:poiché anche il lavoro dei bambini era assai diffuso,oltre che ad essere sottopagato,prima della Prima Guerra mondiale furono emanate alcune leggi per la tutela di entrambi,che avrebbero dovuto cercare di garantire un minimo salariale alle donne.Ma non fece che peggiorare ulteriormente la situazione.Lo Stato mostrava di voler favorire al massimo il loro rientro in quella che riteneva essere la loro sede naturale:la casa.D’altronde,nell’enciclica papale “Rerum Novarum”,pubblicata nel 1891,era scritto:”Certi lavori non si confanno alle donne,fatte da natura per i lavori domestici,i quali grandemente proteggono l’onestà del debole sesso.”

Con la Prima Guerra Mondiale,dal momento che gli uomini vennero chiamati al fronte,le donne presero il loro posto nei campi,ma soprattutto,nelle industrie, per la prima volta nella storia.Con la fine del conflitto,però,accusate di rubare il mestiere ai reduci,persero questi posti di lavoro.

Soltanto il 1° Febbraio 1945,su proposta di Togliatti e De Gasperi,venne infine concesso il voto alle donne,diritto che,insieme all’articolo 37,entrò in vigore il 1° gennaio di tre anni dopo,grazie alla Costituzione italiana.

Pertanto,l’uguaglianza di genere si è testimoniata un principio fondamentale,non solo in Italia,ma anche nel resto del mondo.Tuttavia,ancora oggi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e l’ONU non sono riuscite a raggiungere completamente questo obiettivo.

Chiara,III media.

Articolo 39-40

“Per quanto concerne l’art. 39, si affermò che il riconoscimento al sindacato nella Costituzione di una sfera di azione autonoma implicava il pieno diritto delle associazioni sindacali di organizzarsi e svolgere liberamente la propria azione, al di fuori di ogni riconoscimento normativo: autonomia di organizzazione e di azione sarebbero state irrimediabilmente compromesse dalla disciplina prevista dall’art. 39. Quanto alla attuazione dell’art, 40, emerse un orientamento in favore di una legge che, affermata in linea di principio l’attribuzione del diritto di sciopero a tutti i lavoratori, si limitasse a tutelare l’effettiva libertà del diritto di sciopero, reprimendo abusi a danno degli scioperanti e favorendo la pacifica composizione delle controversie collettive.”

Citazione presa dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL)

Durante l’età giolittiana gli scioperi che si susseguirono negli anni 1901 e 1902 sia nel settore agricolo che in quello industriale, sia nel più sviluppato Nord che nel Sud del paese, dimostravano che tutta la floridezza economica e le riforme giolittiane non arrivavano ad incidere sulla precaria situazione della società italiana, soprattutto di quella meridionale, abbandonata a se stessa e presa in considerazione solo come un serbatoio di voti da ottenere con la corruzione dei deputati meridionali, gli “ascari” del governo, con le pressioni dei prefetti, della mafia e della camorra. Gli intellettualli meridionali, come Gaetano Salvemini, non si stancavano di accusare Giolitti, il “ministro della malavita“.

Le moderate riforme non bastavano più: il paese aveva l’esigenza di riforme radicali, strutturali, che se non soddisfatta avrebbe causato quella estremizzazione delle classi sociali che, dopo l’intervallo fuorviante, voluto dalla classe dirigente, della Prima guerra mondiale, giungerà al culmine nel dopoguerra con la rivoluzione fascista preventiva del ceto medio contro i presunti sovversivi.

I primi segni di questo fenomeno storico sono proprio nelle contraddizioni dell’età giolittiana che si dibatte tra governi riformisti e conservatori. Non a caso il 1904 fu l’anno del primo sciopero generale della storia italiana voluto per motivi politici dai sindacalisti rivoluzionari di Arturo Labriola nella speranza che questo fosse lo stimolo per una rivoluzione proletaria. Ma il calcolo politico fallì dinanzi alla tattica giolittiana di lasciare esaurire e sfogare lo sciopero limitandosi a garantire l’ordine pubblico.

Dopo l’assasinio di Umberto I, avvenuto per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, nel 1900, in Italia ci fu un cambio di governo : il governo venne affidato alla sinistra.

Giolitti attuò riforme per migliorare la condizione popolare :

  • non bisognava più pagare una tassa per votare
  • la base elettorale era scesa da 25 a 21 anni
  • non bisognava avere particolari possedimenti per diventare parlamentare

Informazioni prese da Wikipedia.

Gruppo Grafica III media

Donne e lavoro: l’uguaglianza di genere

Sembra scontato che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini in materia di lavoro, ma evidentemente non è così, non lo è sempre stato e non lo è in tutte le parti del mondo. Donne-pari-opprotunitàIn Italia il principio dell’uguaglianza di genere è previsto dall’articolo 37 della Costituzione Italiana, che è entrata in vigore il 1° gennaio 1948. In storia abbiamo studiato i conflitti sociali e le contestazione delle classi operaie che portarono, all’inizio del secolo scorso, alle prime riforme a tutela dei lavoratori per  impedire lo sfruttamento delle classi sociali più deboli. Con l’art. 37 della Costituzione le donne hanno visto riconosciuta finalmente l’eguaglianza nel lavoro che da sempre era stata loro negata. L’art. 37 infatti dispone che “la lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” ed ancora “le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare ed assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”. Per quanto riguarda le retribuzioni, le leggi di qualche anno prima prevedevano che, a parità di funzioni, le donne percepivano la metà dello stipendio che spettava all’uomo! E’ anche molto importante il riconoscimento della funzione familiare della donna e del suo ruolo di madre. L’Uguaglianza di Genere è inoltre uno degli obiettivi della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite che cerca di creare parità nel diritto e nelle situazioni sociali e di garantire la parità di retribuzione a parità di lavoro.

Lavinia, III media