1978-2018. Quarant’anni dalla morte di Aldo Moro.

1978-2018. Sono passati quaranta anni dal rapimento e dall’uccisione dell’onorevole Aldo Moro, segretario della Democrazia Cristiana. Il 16 marzo 1978 il Partito Comunista si stava preparando a firmare l’appoggio esterno a un governo monocolore guidato da Giulio Andreotti. Era la prima volta in Italia che il Partito Comunista, da sempre all’opposizione, appoggiava un governo della Democrazia Cristiana per un accordo fatto tra Moro e Berlinguer. Ma Moro non riuscì mai a portare il PCI al governo, perchè la mattina del 16 marzo fece gli ultimi dieci passi da uomo libero. La figlia più grande era già al lavoro, il figlio maschio lo aveva salutato attraverso lo specchio del bagno, mentre si faceva la barba. Alle 8.55 del mattino, uscì di casa, in strada ad aspettarlo c‘erano il suo autista e cinque agenti della scorta. Percorsero un tratto di via Fani, quando una 128 blu davanti a loro frenò all’improvviso, ne uscirono degli uomini vestiti con le divise dei piloti dell’Alitalia che imbracciavano mitra e pistole, uccisero gli agenti di scorta e rapirono Moro.

L’onorevole venne portato nella così detta “Prigione del popolo”, in via Montalcini 8, dove era stato comprato un appartamento e costruita una stanza lunga due metri, destinata a lui.

Mario Moretti, capo della colonna brigatista romana, cominciò a interrogarlo. Le Brigate Rosse speravano di ottenere informazioni politiche importanti ma le risposte di Moro non le soddisfacevano.

Nel frattempo l’Italia era nel caos. Roma e dintorni erano assediati dalla polizia, si cercava Moro dappertutto, ma di lui nessuna traccia. Cominciò il braccio di ferro tra lo Stato e le Brigate Rosse. I brigatisti per la liberazione di Moro chiedevano la scarcerazione di 13 loro compagni. Altri erano sotto processo a Torino tra cui il leader delle BR Renato Curcio. La DC e tutti i partiti all’infuori di quello socialista e di quello radicale non volevano cedere al ricatto dei terroristi, perchè liberare dei prigionieri in cambio di Moro, avrebbe significato anche riconoscere politicamente le BR. I brigatisti invece, cercavano proprio riconoscimento politico, non intendevano liberare il prigioniero senza condizioni, come chiedeva anche il Papa Paolo VI, amico di gioventù di Aldo Moro.

Moro dalla prigione scriveva delle lettere a Cossiga, a Zaccagnini, suoi colleghi di partito, ma la Democrazia Cristiana aveva scelto la strada della fermezza e per lui sembrava non esserci più nessuna speranza.

L’ultima lettera di Moro è quella che mi ha colpito di più. Era indirizzata alla moglie Eleonora, e si sente che ormai aveva capito che non avrebbe più rivisto nè lei, nè i suoi figli, nè i nipoti. A sua moglie ripete che lo scambio dei prigionieri è una pratica abituale in guerra e questa, scrive Moro, è una guerra. Solo Craxi (segretario del Partito socialista italiano) e Pannella (segretario del Partito radicale), proveranno fino all’ultimo a convincee la DC a trattare con le BR per ottenere innanzitutto la liberazione dell’uomo più che del politico. Perchè il punto era proprio questo. Le Brigate Rosse avevano ucciso, ferito e rapito esponenti dello Stato italiano perchè simboli delle istituzioni. Non contava l’uomo ma solo quello che rappresentava. Non aveva importanza che quel simbolo, così come Moro, fosse figlio, padre, marito.

In occasione del quarantennale della sua morte ho visto il documentario di Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica dal titolo ‘’Il condannato’’ andato in onda su Rai 3 e mentre mostravano le lettere che aveva scritto alla famiglia e ai colleghi del partito, continuavo a chiedermi:” Davvero la ragione di Stato vale più

di una vita umana? E cosa avrei fatto io se mi fossi trovato nella posizione di dover decidere?” Me lo sono chiesto fino a quando non ho letto la lettera a Eleonora Moro di cui riporto qui sotto alcuni brani : ‘’Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore (…) Vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo’’.

Brando

La ferita Italiana: 8 Settembre 1943

 

Ci sono date che segnano il destino di un Paese, rimanendo indelebili nella memoria e nella coscienza collettiva. L’8 settembre 1943 rappresenta per l’Italia una di queste, un dramma dalle molte sfaccettature, un evento che segnò la fine delle ostilità contro gli Alleati e la conseguente fine dell’alleanza con la Germania nazista, ma soprattutto segnò l’inizio di una delle pagine più dolorose per il nostro Paese: la guerra civile.

L’Italia, agli inizi di quell’anno, era ormai un Paese al collasso, non più in grado di sostenere lo sforzo bellico. Durante l’estate cominciò quindi a maturare la decisione, presa dal re e dagli alti comandi dell’esercito, di abbandonare la Germania e uscire dalla guerra. Nei mesi di luglio e agosto, nella massima segretezza, i capi del governo italiano cercarono, spesso goffamente, di prendere contatti con gli Alleati per negoziare la resa. Si arrivò così al 3 settembre dove a Cassibile, in Sicilia, l’Italia e l’alleanza anglo-americana nelle persone del generale Giuseppe Castellano e del generale Walter Bedell Smith firmarono un armistizio, noto come “armistizio breve”. Le clausole dell’accordo, tenuto all’inizio segreto, prevedevano la resa incondizionata del nostro Paese. (http://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/8_settembre_il_giorno_dell_armistizio.html)

Mentre le trattative per l’armistizio vanno avanti tra ambiguità e tentennamenti da parte italiana, i nostri vertici militari si preparano al mutare degli eventi. In un documento, la Memoria Op 44, si danno disposizioni su come reagire alla probabile rappresaglia tedesca dopo l’armistizio, e si indicano chiaramente i nostri ex alleati come il nuovo nemico.
Nonostante tutto però l’8 settembre coglie il governo impreparato. Gli ordini non vengono diramati, i vertici dello Stato e delle forze armate abbandonano la capitale e lasciano i comandi territoriali, in Italia e all’estero, privi di indicazioni. Molti soldati decidono di combattere, ma vengono presto sopraffatti dai tedeschi, che in poco tempo catturano un milione di militari italiani, la maggior parte dei quali viene condotto in prigionia nei lager di Germania e Polonia.

(http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma-puntate/settembre-1943-lesercito-allo-sbando/39358/default.aspx)

Le condizioni dell’armistizio furono le seguenti:

  • Immediata cessazione di ogni attività ostile da parte delle Forze Armate Italiane.
  • L’Italia farà ogni sforzo per sottrarre ai tedeschi tutti i mezzi che potrebbero essere adoperati contro le Nazioni Unite.
  • Tutti i prigionieri e gli internati delle Nazioni Unite saranno rilasciati immediatamente nelle mani del Comandante in Capo alleato e nessuno di essi dovrà essere trasferito in territorio tedesco.
  • Trasferimento immediato in quelle località che saranno designate dal Comandante in Capo alleato, della Flotta e dell’Aviazione italiane con i dettagli del disarmo che saranno fissati da lui.
  • Il Comandante in Capo alleato potrà requisire la marina mercantile italiana e usarla per le necessità del suo programma militare navale.
  • Resa immediata agli Alleati della Corsica e di tutto il territorio italiano sia delle isole che del Continente per quell’uso come basi di operazioni e per altri scopi che gli Alleati riterranno necessari.
  • Immediata garanzia del libero uso di tutti i campi di aviazione e dei porti navali in territorio italiano senza tener conto del progresso dell’evacuazione delle forze tedesche dal territorio italiano. Questi porti navali e campi di aviazione dovranno essere protetti dalle forze armate italiane finché questa funzione non sarà assunta dagli Alleati.
  • Tutte le forze armate italiane saranno richiamate e ritirate su territorio italiano da ogni partecipazione alla guerra da qualsiasi zona in cui siano attualmente impegnate.
  • Garanzia da parte del Governo italiano che, se necessario, impiegherà le sue forze armate per assicurare con celerità e precisione l’adempimento di tutte le condizioni di questo armistizio.
  • Il Comandante in Capo delle forze alleate si riserva il diritto di prendere qualsiasi provvedimento che egli riterrà necessario per proteggere gli interessi delle forze alleate per il proseguimento della guerra; e il Governo italiano s’impegna a prendere quelle misure amministrative e di altro carattere che il Comandante in Capo richiederà, e in particolare il Comandante in Capo stabilirà un Governo militare alleato su quelle parti del territorio italiano che egli giudicherà necessario nell’interesse delle Nazioni alleate.
  • Il Comandante in Capo delle forze armate alleate avrà il pieno diritto d’imporre misure di disarmo, smobilitazione e demilitarizzazione.
  • Altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario a cui l’Italia dovrà conformarsi saranno trasmesse più tardi.

(http://www.combattentiliberazione.it/condizioni-breve-armistizio)

Il 7 settembre arrivarono a Roma due ufficiali americani con il compito di comunicare al governo italiano che il giorno successivo, il generale Eisenhower avrebbe annunciato ciò che era stato deciso solo qualche giorno prima. Tra grande confusione e incertezza si giunse così all’8 settembre.

Ma ripercorriamo gli avvenimenti di quel mercoledì di fine estate.

Il maresciallo Pietro Badoglio, posto a capo del governo dopo la caduta e l’arresto di Mussolini, avvenuto il 25 luglio, stava cercando in tutti i modi di rinviare la comunicazione dell’armistizio, ma le informazioni date dai due ufficiali americani e le pressioni di Eisenhower resero impossibile ogni tentativo di rimandare. Quel giorno si susseguirono decisioni confuse e situazioni a dir poco imbarazzanti, una riunione del consiglio della corona venne convocata d’urgenza al Quirinale. Dopo vari tentennamenti si decise di darne comunicazione ufficiale. Prima della riunione era stato ordinato di preparare al Quirinale un microfono collegato all’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche), ma l’ordine non era stato eseguito. Così Badoglio, cambiatosi con abiti civili, fu costretto a raggiungere in macchina la sede della radio per registrare l’annuncio di resa. Verso le 19.30 il maresciallo fece il suo ingresso nella sede della radio di Stato. Nel giro di pochi minuti registrò un breve messaggio, mentre la programmazione veniva interrotta per mandare in onda alcune marce militari. Verso le 19.40, lo speaker Giovan Battista Arista

annunciò Badoglio e poco dopo la sua voce registrata lesse il proclama con cui il Regno d’Italia annunciava la resa. Ultimo dettaglio che rende ancora più drammaticamente grottesca la vicenda.

Dopo il discorso passarono diverse ore di calma apparente. Fu un’illusione, già nel corso della notte i tedeschi cominciarono a prendere posizione con l’ordine di disarmare gli italiani, poiché i tedeschi avevano intuito già da mesi la resa degli italiani, a causa degli stenti e delle incapacità dell’esercito di quest’ultimi.

Alle cinque di mattina del 9 settembre, Badoglio passò i poteri di primo ministro al ministro degli Interni Umberto Ricci e salì sul convoglio di automobili diretto a Pescara dove lo aspettavano il re, la famiglia reale e numerosi generali e altri dignitari nell’intento di lasciare Roma; al Quirinale non rimase più nessuno, nemmeno i carabinieri. In quel giorno d’estate che volgeva al termine sprofondò l’Italia.

Gli anni successivi saranno i più duri e vedranno una nazione lacerata dalla guerra civile e dall’occupazione tedesca. (http://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/8_settembre_il_giorno_dell_armistizio.html)

FLAVIO

Articolo 11 della costituzione

Alla fine della seconda guerra mondiale e a seguito della liberazione dai nazisti l’italia uscì delusa dalla monarchia e dal fascismo e per questo si volle indire un referendum istituzionale per decidere fra monarchia e repubblica. Il referendum si tenne il 2 giugno 1946 a suffragio universale e terminò con la vittoria della repubblica che sancì la nascita della costituzione creatasi da una commissione riunitasi nel 1947.

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Simbolo della Repubblica italiana

Il primo gennaio 1948 entrò in vigore la nostra carta costituzionale.In modo particolare mi sono soffermato sull’articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana che sancisce che:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di difesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;consente,in condizioni di parità con gli altri stati,alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni.Promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolta a tale scopo.”

Questo articolo nasce dalla voglia dei padri costituenti di porre un freno è un limite all’uso della forza nella risoluzione dei conflitti tra Stati, memore della tragedia umanitaria scatenata dalle guerre mondiali.  Inoltre, ci parla della presenza di organizzazioni internazionali come strumenti per contenere i conflitti da risolversi per vie diplomatiche al fine di garantire la pace. Quindi, l’uso della guerra è consentito solo in caso di difesa e come ultima risorsa.

Ritengo che questo articolo sia giusto che rappresenti la volontà del popolo italiano di evitare altre guerre per il bene della nostra popolazione.

Fonte: senato.it

Gianmaria

 

Cinema e propaganda fascista…..un matrimonio perfetto

fascismoIl cinema è un’arma potentissima e uno dei primi a rendersi conto di questo potenziale è stato Benito Mussolini. Questa sua intuizione è stata confermata dalle vicende storiche, ed è ben sintetizzata dalla sua famosa frase “la cinematografia è l’arma più forte”: verità assoluta che all’epoca non tutti colsero.

Per capire perché per Mussolini il cinema fosse così importante va ricordato che prima di essere uno statista e un politico era un giornalista. Ogni suo atteggiamento, ogni suo discorso, era pensato in funzione dei titoli che poi sarebbero usciti l’indomani sui giornali: tale era l’importanza che il Duce attribuiva ai mezzi di comunicazione di massa.

Il Duce incoraggiò fortemente l’arte del cinema e così creò un terreno fertile dal quale nasceranno nel dopoguerra personalità quali : Visconti, De Sica, Monicelli, Sordi, Steno, Fellini e tanti altri che faranno grande il cinema italiano. A dimostrazione dell’ intersse di Mussolini per il cinema ho scoperto che gli piacevano molto le comiche di Stanlio e Ollio, che fanno ancora ridere anche me.

Nel 1924, con la nascita dell’Unione cinematografica educativa – Luce, il regime si assicura il controllo totale dell’informazione cinematografica e Mussolini stesso si attribuisce la paternità dell’iniziativa.  Pochi mesi dopo, il governo fascista, con un decreto legge, trasforma il Luce in ente parastatale (l’Istituto Nazionale Luce).

Grazie a questo ente, il fascismo è il primo governo al mondo a esercitare un controllo diretto sulla cronaca cinegiornalistica e Mussolini il primo capo di stato capace di costruirsi, grazie ai cinegiornali, una immensa pubblicità per le sue “imprese”. Per legge, i cinegiornali vengono proiettati obbligatoriamente in tutte le sale italiane dal 1926. Negli anni a seguire il cinema italiano dà i primi segnali di ripresa e il governo fascista assume un ruolo fondamentale, per la prima volta nella storia, uno stato europeo impegna capitali a favore di un’industria dello spettacolo.

L’istituto Luce può essere considerato un vero e proprio monumento cinematografico a Mussolini. Alla ricerca di visibilità e fama, il dittatore, attraverso il governo fascista, sostiene economicamente e politicamente questa istituzione e ne supervisiona tutta l’attività. Controllando direttamente la produzione cinegiornalistica ed educativa, il regime autocelebra le sue imprese e nello stesso tempo contribuisce a diffondere nella popolazione lo spirito fascista.

Oltre ai cinegiornali, il Luce produce documentari, cortometraggi e lungometraggi. I problemi di un’Italia sottosviluppata vengono nascosti, mentre le pellicole promosse dal regime raccontano di una nazione che guarda al progresso, senza mai dimenticare la tradizione. Dall’inizio degli anni trenta fino alla caduta del regime si possono distinguere diverse fasi della politica di Mussolini rispetto alla produzione cinematografica.

Inizialmente il regime fascista rappresenta un cinema rurale, che parla di realtà contadina e lotta contro i sovversivi, di bonifica delle paludi pontine e di battaglia del grano: ecco gli argomenti che prevalgono nel cinema dei primi anni trenta.

Tra la prima e la seconda metà degli anni trenta, la politica fascista cambia orientamento: niente più cinema rurale, si dà invece risalto a un cinema celebrativo che cerca dei legami tra presente e passato: tra la grandezza dell’impero romano e quello della dittatura mussoliniana.

Con l’espansione della Germania in Europa che porterà all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, la posizione dell’Italia rispetto al conflitto porta a un aumento della propaganda cinematografica.

Il figlio di Mussolini, Vittorio, in questi anni firma vari soggetti cinematografici e s’interessa dell’aspetto produttivo di alcune pellicole, nascondendosi dietro lo pseudonimo Tito Silvio Mursino (risultato dell’anagramma di Vittorio Mussolini).

Con la dichiarazione di guerra e l’entrata dell’ Italia nel conflitto la campagna propagandistica perde la sua intensità. In generale, i cinegiornali del periodo di guerra evitano le notizie dal fronte e concentrano la loro attenzione sulle vicende interne e si dà spazio a temi sentimentali, melodrammatici e di commedia.

In conclusione possiamo dire che il regime fascista, durante il suo ventennio, rilancia l’industria cinematografica italiana intuendone le potenzialità propagandistiche e usandole per influenzare a proprio favore il pensiero del popolo italiano, attraverso i film e la loro capacità di divertire e coinvolgere.

Fonti:Rececinema,Cinescuola

Francesco

Legge Basaglia e la follia al di là del cancello

Fino agli anni `70 in Italia esistevano i manicomi, strutture nelle quali venivano confinati i cosiddetti “malati di mente”. I pazienti erano costretti a restarvici fino al momento della loro guarigione, evento che raramente avveniva. Le indagini parlamentari svolte in previsione della chiusura di queste strutture, stabilirono che troppo spesso chi vi viveva veniva sottoposto a pratiche violente, vessazioni o al furto di ogni bene personale o del proprio essere, (metodi aggressivi e cruenti per curare il folle venivano spesso utilizzate somministrazioni di grandi dosi di farmaci e terapie di elettroshock). Il 13 Maggio 1978 la situazione cambia: la legge n°180, conosciuta con il nome del suo promotore, lo psichiatra Franco Basaglia (lo psichiatra Bruno Orsini fu l’estensore materiale della legge), ha stabilito la chiusura degli istituti psichiatrici, il riconoscimento ai malati del diritto ad un`adeguata qualità della vita, la regolamentazione del trattamento sanitario obbligatorio e l’istituzione di servizi di igiene mentale pubblici. Secondo Basaglia la psichiatria tradizionale, responsabile della creazione dei manicomi, era concentrata soltanto sulle basi organiche della malattia, trascurando l`origine sociale dei disturbi psichici. Lo psichiatra avrebbe dovuto invece sottolineare l`origine sociale dei disturbi psichici e impegnarsi politicamente per trasformare la società. L’introduzione di questa legge aveva dunque l’obbiettivo di ammodernare l’assistenza psichiatrica creando dei rapporti più umani tra i pazienti e la società con la conseguenza di riconoscere totalmente i diritti e la necessità di una vita di qualità dei soggetti affetti da disturbi mentali. Attualmente le strutture dedicate all`assistenza psichiatrica sono i Dipartimenti di salute mentale istituiti principalmente presso le strutture delle ASL. Queste strutture assicurano le attività di prevenzione, cura, riabilitazione e reinserimento del malato mentale. Ognuna di esse per soddisfare le molteplici esigenze dei pazienti, offre diverse tipologie basilari di assistenza: innanzitutto vi sono i Centri di salute mentale e gli ambulatori, che si occupano dell`assistenza territoriale e domiciliare. Poi i Servizi psichiatrici di diagnosi e cura, i Day hospital, che forniscono le cure in regime di ricovero, e i Centri diurni che si occupano degli interventi socio-riabilitativi in regime semiresidenziale. Le Strutture residenziali offrono infine gli interventi terapeutico-riabilitativi in regime di permanenza temporale.

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https://it.m.wikipedia.org/wiki/Legge_Basaglia

http://www.legge180.it

 

La Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino

I rappresentanti del popolo Francese hanno stabilito di esporre, a causa dell’ ignoranza, l’oblio, che credono rovinino i popoli, una carta che contenga tutti i diritti umani, inalienabili e sacri all’uomo.

In conseguenza, l’ Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino:

 

Foto ufficiale della dichiarazione

Art. 1 – Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

Art. 2 – Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.

Art. 3 – Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa.

Art. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Tali limiti possono essere determinati solo dalla Legge.

Art. 5 – La Legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che non è vietato dalla Legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.

Art. 6 – La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.

Art. 7 – Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla Legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che sollecitano, emanano, eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virtù della Legge, deve obbedire immediatamente: opponendo resistenza si rende colpevole.

Art. 8 – La Legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una Legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.

Art. 9 – Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla Legge.

Art. 10 – Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.

Art. 11 – La libera manifestazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

Art. 12 – La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata.

Art. 13 – Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese d’amministrazione, è indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini in ragione delle loro capacità.

Art. 14 – Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l’impiego e di determinarne la quantità, la ripartizione, la riscossione e la durata.

Art. 15 – La società ha il diritto di chiedere conto della sua amministrazione ad ogni pubblico funzionario.

Art. 16 – Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione.

Art. 17 – La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previo un giusto e preventivo indennizzo

Questa era la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, pubblicata nel 1789.

 

Fonte per approfondire: Centro studi per la pace

 

Lorenzo